Leggende e testi
sui nostri spettacoli

01

Il passo della badessa

Il paesino di Settefonti rimane in provincia di Bologna, perso tra le colline e il silenzio…..

Un tempo, un’enorme castello dominava la vallata, costruito in epoca remota su quella che era un’antica strada che portava in Toscana. Questo castello fu probabilmente costruito dai Canossa , le sue origini però sono incerte, i documenti dicono che alla fine del Duecento Bologna lo fortificò; in seguito la popolazione incominciò a diminuire inspiegabilmente fino all’abbandono del castello. Questa fortezza, situata sulla cima di un precipizio, aveva una sola entrata ed era circondata da grosse mura. Ghirardacci, nel tardo cinquecento, scrisse delle note in cui riportava la notizia che allora esistevano già delle rovine del castello che era stato abbandonato nel secolo precedente. In seguito, su queste rovine fu costruita nel ‘600 la chiesa di S.M. Assunta che fu poi parzialmente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Attualmente sono stati fatti dei lavori di restauro alla facciata della chiesa, i quali hanno riportato alla luce un muro costruito con blocchi di selenite che facevano parte dell’antica chiesa del castello di epoca romanica.

Settefonti, anticamente ” Stifonte “, prende il suo nome da sette miracolose fonti che sgorgavano nei boschi di questa zona. Secondo la leggenda avevano poteri diversi, dalla guarigione fino alla vita eterna

Beata Lucia da Settefonti

vergine camaldolese

Tra i calanchi del nostro paesaggio collinare ce n’è uno ancora percorribile lungo il suo crinale: quello detto della Badessa . Intorno a questo percorso è fiorita la gentile leggenda della Beata Lucia da Settefonti.

Attorno al 1100, Bologna vive una vita cittadina continuamente turbata dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. In questo clima politico, nell’antica famiglia Chiari, viene alla luce una bambina, alla quale la madre impartì un’educazione religiosa e, con gli anni, divenuta una splendida ragazza, matura il desiderio di dedicare la vita alla preghiera, scegliendo di vivere nel monastero Camaldolese di Stifonti, fondato nel 1097. Tale monastero, dedicato a Santa Cristina, sorgeva vicino all’attuale pieve di Pastino, a ridosso del lungo crinale tra i calanchi. La giovane prese i voti nella chiesa bolognese di Santo Stefano, scegliendo il nome di Lucia. Divenne badessa, alla morte di Matilde fondatrice del convento, ma la fama della sua bellezza raggiunse il circondario e la voce giunse anche alle tante guarnigioni che presidiavano il territorio di Uggiano. Tra i militi vi era un soldato di ventura, il nobile bolognese conte e cavalier Diotagora Fava, conosciuto come Rolando; egli si era fatto trasferire proprio nella guarnigione di San Pietro per poter rivedere Lucia, che aveva incontrato in una chiesa di Bologna, quando non aveva ancora preso i voti. Il bel cavaliere percorreva a cavallo ogni mattina il sentiero sui calanchi, per recarsi alla chiesa del convento, ma mai una parola fu detta tra loro. Lucia si era accorta di questa costante presenza e presto si trovò a combattere il turbamento con assidue preghiere, veglie e penitenze che minarono presto la sua salute. Cadde ammalata, ma lui non cessò le sue visite mattutine. Una volta guarita, cercò invano di resistere a non scendere più in chiesa, ma un giorno decise di parlargli, con la complicità di una suora. Si parlarono, lui aprì il suo cuore e anche Lucia lo fece: gli disse di amarlo, ma di essere risoluta nella sua dedizione alla vita monastica e lo invitò a non tornare più. Si lasciarono, con la promessa del cavaliere di partire crociato per la Terrasanta. Così fece, mentre Lucia, minata dalla malattia, si spense santamente. Il cavaliere fu ferito, fatto prigioniero e rinchiuso in una cella dove una notte in preda alla febbre, vide Lucia che gli tendeva la mano e, come in sogno, si trovò trasportato nella foresta di Stifonti. Risvegliatosi, s’incamminò verso il convento , s’inginocchiò davanti alla tomba dell’amata e pianse. In quel momento le sette fonti di acqua cristallina, che si erano seccate alla morte di Lucia, ripresero a zampillare copiosamente.

Questo fatto fu raccontato per la prima volta dal cavaliere redivivo e subito Lucia fu venerata come santa dalla gente, la Chiesa però non lo ritenne verosimile e ignorò la cosa. Intanto, dopo la morte di Lucia (1157?), il convento, continuamente preso di mira dai briganti, data la sua posizione isolata, fu trasferito a S. Andrea di Ozzano, sulle pendici del monte Arligo, dove sorgeva un altro monastero camaldolese, poi, a metà del Duecento, dentro le mura di Bologna nel convento di S. Cristina della Fondazza, tuttora esistente. Solo nel 1508 la Chiesa riconobbe ufficialmente il fatto accaduto tre secoli prima e proclamò Lucia beata. Le reliquie della Santa rimasero qui fino al 7 novembre 1573 quando il Cardinale Paleotti le traslò di nuovo nella chiesa di S.Andrea di Ozzano. Pio VI nel 1779 ne confermò il culto e ne fissò la memoria al 7 novembre. I Camaldolesi la venerano come fondatrice del ramo femminile dell’ordine.

 

Oggi il monastero non esiste più, essendo stato demolito nel 1769; a indicare l’originaria posizione sulla collina vi è solo un pilastrino, dono della famiglia Fava. Anche le sette fonti si sono prosciugate col tempo, l’ultima che era rimasta è stata interrata anni fa dal proprietario, stanco del via vai della gente che si andava a bagnare sperando in un miracolo. N ella chiesa di S. Andrea, dove il corpo di Lucia fu trasportato nel 1573, un paio di ceppi pendono dall’altare, e da quel tempo lontano, lo stretto calanco che il giovane cavaliere era solito percorrere, prese il nome di Passo della Badessa .

02

La Danza

“La armonia suave e l’dolcie canto

che per l’audito passa dentro al core,

di gran dolciezza nascie un vivo ardore,

da cui il danzar poi vien, che piace tanto!”

(Guglielmo Ebreo, dal manoscritto “De pratica se arte tripudii vulgare opusculum”)

Le dieci giornate che fanno da cornice alla narrazione delle Novelle del Decamerone, vedono ” l’allegra brigata” di giovani (scampati alla Peste Nera) regolarmente impegnata, dopo ogni pasto, a suonare, cantare e danzare; da ciò si deduce che dai castelli medievali ai palazzi rinascimentali, l’ambiente cortese e signorile ospita la pratica dei balli di società che, soprattutto per le Dame, servivano ad impegnare il tanto tempo libero durante le lunghe attese del ritorno dei loro congiunti dalla guerra, in paesi lontani.

Nonostante la Danza, come la musica e l’abbigliamento, seguisse delle vere e proprie mode del tempo, essa serviva fondamentalmente a mettere in mostra la seducente femminilità delle nobildonne i cui movimenti dovevano spiccare per grazia e gentilezza, mentre, gli eventuali cavalieri, dovevano spiccare per risolutezza e dinamicità del movimento (il ballo “di coppia” ha sempre avuto il fine del “corteggiamento”, in tutte le epoche!)

A partire dalla metà del XV sec., la documentazione a noi pervenuta sulla danza, si arricchisce all’improvviso per la comparsa della figura del maestro di ballo; al seguito della casata per cui presta servizio, il maestro partecipa a feste in occasione di fidanzamenti, nozze, ambascerie…..per cui si codifica il “ballo di corte”, ovvero la traduzione delle danze popolari in ambito cortese (Cronaca di Bologna del 1492, in occasione del banchetto di nozze di Annibale Bentivoglio con Lucrezia D’Este; un cronista dell’epoca ci lascia queste poche righe: “…abbiamo visto le Ninfe di Diana rifugiarsi presso la Dea Venere: ella appare e danzando riconcilia gli uni e gli altri e con una grandiosa danza d’insieme termina l’azione…”).

I tre maggiori maestri di ballo dell’epoca si identificano nella figura di Domenico da Piacenza, Guglielmo Ebreo e Antonio Cornazano, che ci hanno lasciato dei trattati manoscritti sull’arte della danza del loro tempo:

_ “De arte saltandi et choreas ducendi” (Domenico da Piacenza)

_ “De pratica seu arte tripudii vulgare opusculum” (Guglielmo Ebreo da Pesaro)

_ “Libro dell’arte del danzare” (Antonio Cornazano).

Tali testi furono scritti per essere donati ai principi “datori di lavoro” di tali maestri di ballo; la descrizione delle danze (coreografia) era precisa sebbene vi fossero scarsi riferimenti alla posizione delle mani, alla posizione delle coppie ecc… particolari rilevabili grazie ai molti dipinti, miniature e affreschi, giunti fino a noi.

Quindi, per concludere, la danza non era solo un passatempo, un divertimento, una tecnica di corteggiamento, una forma ludica… in quelle coreografie lontane, miste a correlazioni di movenze geometriche, musica, passi e nobile intercedere, c’è ancora oggi tutta l’arte, la concretezza e la poesia del Rinascimento.

La danza eseguita dalle due nobildonne è “Tourdion” su musica di Pierre Attaignant e coreografia di “Bassadanza in 4 ” di Guglielmo Ebreo.

“Bassadanza”: danza nobile, che s’avvale di un lessico motorio molto definito: riverenza, passo semplice, passo doppio, continenza, ripresa. Il suo massimo centro di diffusione era la Corte dei Duchi di Borgogna;

 

La danza di gruppo, eseguita in cerchio, è d’origine popolare (probabilmente tardo-medievale) su musica d’un anonimo irlandese del XI sec., intitolata “Brian boru’s march”; tale danza rispecchia la tipica “carola” medievale (da “karol”, o “querole” che significa “danza in cerchio”), infatti il circolo, ad un certo punto si spezza in coppie e poi si ricompone. Questa era tradizionalmente la danza d’apertura nelle feste da ballo

03

La Moda

La nascita della moda, indicativamente, si può datare solo verso la fine del XII° secolo ; infatti è la diffusione dell’ideale “cortese” che introduce una vigile cura per il proprio aspetto esteriore.
L’abito diventa allora, per le classi aristocratiche, un prodotto di lusso e di qualità e fa si che la moda resti più o meno uniforme nel corso di vari secoli, in tutto l’occidente, da Parigi a Londra come da Venezia a Firenze. Unica variante “capricciosa” della moda medioevale femminile sono le maniche: verso la fine del XII° secolo esse sono per lo più a forma d’ imbuto e lunghe fino a terra, Nel ‘300, invece, sono strettissime e chiuse all’avambraccio con laccetti… e così via… l’ unica cosa veramente importante è il colore, che deve essere sgargiante e intonato con l’abito che si indossa, il quale è quindi provvisto di più paia di maniche diverse( per foggia, colore e stoffa) e da indossare e sostituire a seconda dell’occasione (da qui l’espressione corrente “questo è un altro paio di maniche”).
Come biancheria intima, sia gli uomini che le donne, indossano una tunica di lino bianca lunga fino alle caviglie e ricamata nei polsi e nel colletto; a tale tunica gli uomini abbinano le cosìdette brache (i moderni boxer) sempre di lino, su cui però si indossano delle altre brache di panno che non devono assolutamente mancare! (da ciò l’espressione ancora attuale “restare in brache di tela” per indicare il trovarsi in un a situazione imbarazzante).
Stoffe, colori e foggia, inoltre, mutano con le stagioni, con l’età e con lo stato sociale: lino, cotone, seta, lana … e vari tipi di velluti, damaschi e pellicce ….. abbinati a vari colori che, contrariamente a quanto si pensa, erano molto amati nel Medio Evo e, in occasione di festività e cerimonie importanti, erano il signum di distinzione della professione o condizione sociale: ad esempio i cavalieri esibivano lo scarlatto, gli uomini di legge e i professori il nero, i medici il viola, le spose il bianco e il vestito a lutto, per tutti, era nero.
Inoltre vi è molta attenzione anche al significato simbolico di tali colori: il rosso è inteso come il colore più bello in assoluto e che allontana il male (specie se rifinito in oro o in argento), giallo e marrone sono tipici dell’ “invidia”perciò infausti; il verde è il più affascinante in quanto rappresenta la natura che rinasce; arancione e rosa sono accettati di buon grado, e il blu, invece, piace molto perché è il colore dell’amore e indica fedeltà; il bianco è esclusivo delle spose e dei bambini, mentre il viola e il grigio sono solamente per uomini e donne di una certa età.
In tutto l’abbigliamento, inoltre, dalle tuniche alle sopravesti e mantelli, troviamo abbondanza di bottoni, ricami, nastri e perle che esploderanno in quantità e varietà con l’arrivo del Rinascimento.
Diffusissima tra gli uomini la nostra attuale “pantacalza” che poteva essere di lana o di panno, bicolore o a tinta unita, a seconda della casata di rappresentanza e che spesso terminava con una suola di cuoio cucita direttamente all’estremità e rigorosamente a punta! Frequenti erano anche scarpe basse di cuoio o di pelle di vitello o capra, ma sempre con punte lunghissime e sottilissime da fare invidia alla nostra moda attuale!. Le donne calzavano pianelle, pantofole, zoccoli o sandali con altissime suole di sughero (anche 25-30cm !) allo scopo di sembrare più alte; si dice che la più frequente causa di mortalità tra le giovani donne fosse proprio il cadere dall’alto delle proprie scarpe e battere la testa contro il duro acciottolato che caratterizzava le vie medioevali..

04

Il duello

Poche persone sono informate del fatto che l’Italia è stata per molti secoli la culla della scherma europea, e in particolare la nostra regione è stata per lungo tempo la sede delle scuole d’armi di gran lunga più prestigiose del continente.
Le illustrazioni e i testi che risalgono ai secoli a cavallo dell’anno mille, in Italia come nel resto del nostro continente, ci mostrano soprattutto combattimenti in armatura e potenti colpi di taglio.
Nel Duecento, troviamo un maggior numero di documenti che ci informano più specificamente sullo stato della scienza schermistica e delle scuole di scherma, ad esempio nel “Tristano Riccardiano” troviamo l’allenamento schermistico con armi di legno, ricordato più e più volte come attività quotidiana dei giovani scudieri e cavalieri.
In Italia l’addestramento marziale probabilmente non è mai stato ristretto del tutto alla classe nobiliare come nel resto d’Europa. Lo stesso si può dire anche per la pratica del torneo e di altri esercizi militari affini, eccetto che per la quintana, che in genere era permessa alle classi popolari anche nel resto del continente.
Abbiamo testimonianza di diverse “societas”, una sorta di “associazioni” del tempo, dedite all’addestramento dei giovani all’uso delle armi, sia a piedi che a cavallo, in molte città-stato della Lombardia, della Toscana e dell’Emilia, con nomi come Società dei Forti, dei Gagliardi, della Spada, della Lancia, della Tavola Rotonda ecc.
Ma la prima testimonianza che abbiamo sull’esistenza di maestri di scherma veri e propri non è collegata a tali gruppi, bensì alla nobiltà.
Va detto che in questo secolo la scuola d’armi tedesca godeva di un periodo di grande splendore, ed è infatti in questo secolo che cominciano ad apparire i primi trattati di scherma del Medio Evo che sono giunti fino a noi, e che risultano essere, appunto, di ambiente tedesco.
Sin dal XIII secolo è noto che la Scuola Bolognese era ben conosciuta ed apprezzata in tutta Europa.
Nel secolo successivo troviamo i primi nomi di maestri che insegnavano a Bologna: Maestro Rosolino, Maestro Francesco, Maestro Nerio.
Nel 1410 il vecchio Maestro Fiore dei Liberi, nato a Cividale, in Friuli, ma che viveva e insegnava a Ferrara, dopo una vita avventurosa trascorsa tra guerre e apprendimento della scherma sia da Maestri italiani sia da Maestri Tedeschi, su insistenza del proprio signore, scrisse il suo libro, il più antico trattato italiano di scherma giunto fino a noi, il ” Flos Duellatorum “.
Il trattato seguente di cui disponiamo è quello di Maestro Filippo Vadi, pisano, scritto per il Duca Guidobaldo da Montefeltro tra il 1482 e il 1487, il ” De Arte Gladiatoria Dimicandi “.
Sempre nel secolo XV la Scuola Bolognese espresse la figura di Maestro Filippo (o Lippo) di Bartolomeo Dardi. Abbiamo notizia di lui e della sua scuola fin dal 1413. Oltre che essere maestro di scherma questo eclettico personaggio era Astrologo (e quindi anche Astronomo, visto che all’epoca le due professioni coincidevano), Matematico, e a partire dall’anno 1434 fu anche Professore di Geometria all’ Università di Bologna. Suo erede fu Guido Antonio di Luca, rinomato maestro di scherma, “dalla cui scuola uscirono più guerrieri che dal cavallo di Troia”, insegnò a combattere, per esempio, al famoso condottiero Giovanni dalle Bande Nere e al più famoso Maestro Italiano del Rinascimento, il bolognese Achille Marozzo.
Achille Marozzo, insegnò scherma a Bologna e scrisse un trattato, l’ “Opera Nova”, che sarebbe stato ristampato numerose volte nel corso del XVI secolo e sarebbe diventato il simbolo della Scuola Italiana del primo Cinquecento.
Circa nello stesso periodo scriveva anche il bolognese Antonio Manciolino, componendo un’opera di scherma altrettanto valida e, curiosamente, con lo stesso titolo.
Nel Rinascimento, ormai, la supremazia della scherma italiana in Europa è un dato di fatto assodato. Nel contesto del trionfo delle sale d’arme italiane a livello continentale, la Scuola Bolognese costituisce la scuola più importante e prestigiosa d’Italia, ma anche, per quanto riguarda la seconda metà del secolo, la più ancorata alla tradizione e la più conservatrice.
Bisogna considerare che in questo periodo, ormai, l’uso bellico della spada è diventato trascurabile, e le armi da battaglia sono l’archibugio e la picca lunga. La spada quindi è riservata esclusivamente al duello e alla difesa personale in strada, e la scherma insegnata nelle sale d’arme si specializza solo su questo tipo di scontro, perdendo gradualmente la conoscenza di tecniche (colpi e parate di taglio),di armi (i vari tipi di scudo) e di situazioni (combattimento a cavallo o contro cavalieri, contro armi d’asta ecc.).
In quest’epoca, quindi, l’evoluzione della scherma si gioca tutta in Italia, e il resto del continente accorre per apprendere dai maestri della penisola come si combatte con la spada.
Nel corso del XVII secolo l’uso della spada per difesa personale in strada, viene ad avere sempre meno importanza, e verso la fine del secolo la lunga lama da accompagnare alla daga comincia ad essere vista come troppo ingombrante e vistosa per far parte dell’abbigliamento di un gentiluomo. L’uso marziale della spada viene ad essere sempre più confinato al duello tra nobili con regole codificate e prestabilite. Vi è quindi l’apparizione, dapprima più che altro come accessorio d’abbigliamento, di uno spadino adatto esclusivamente a colpire di punta, e ben più corto della spada.
Nel secolo XVIII la scuola francese si specializza su un gioco esclusivamente di punta, che rifugge dall’uso di armi secondarie come la daga, un gioco adatto al corto spadino che ormai tutta la nobiltà porta al fianco. La scuola francese risulta gradita alla nobiltà del tempo, e la scuola italiana entra, alla fine, in crisi.
I francesi riescono gradualmente ad imporre l’idea che sia scorretto utilizzare la daga o il pugnale in ausilio alla spada, e proibiscono addirittura, in duello, di toccare l’avversario con la mano sinistra per colpirlo o sbilanciarlo, come si era sempre fatto fino a quel momento. La scherma diventa quindi sempre più astratta, sempre più appannaggio esclusivo dei nobili, in sostanza, sempre più lontana da una vera preparazione al combattimento reale e senza regole finalizzato alla sopravvivenza.

Tratto dal sito della Scuola d’arme Achille Marozzo www.achillemarozzo.it

05

La canzone della porcellina

Si tra’ giù questa porchetta

in tal giorno per memoria,

che Bologna per la detta

conseguì una gran vittoria;

e veder si può l’istoria

dalla sera alla mattina

alla bona Porcellina!

E la concian di maniera,

che ne mangerebbe un morto,

e la cuocon tutta intiera,

per non fargli oltraggio, o torto.

E per dare anco conforto

a chi aspetta la meschina,

alla bona Porcellina!

Dentro poi è tutta piena,

di perfetta speziaria,

ch’un odore attorno mena

per la piazza e in ogni via,

tal ch’ogn’uomo ne desia,

e assai apron la bocchina,

alla bona Porcellina!

E per fin ch’io sarò vivo,

vorrò bene alle porchette;

ne giamai avrolle a schivo,

pur che sian ben cotte e nette.

E vorrei vederle in fette,

per mangiarne ogni mattina,

alla bona Porcellina!

O porchetta mia gentile,

resta in pace, ch’io ti lasso;

o porchetta signorile,

sebben volgo altrove il passo

non sarò mai stanco e lasso,

di gridar sera e mattina,

alla bona Porcellina !!!

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